"Sorgente di ogni cosa è la vita, mai un'altra persona"

venerdì 02/09/2016

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"Sorgente di ogni cosa è la vita, mai un'altra persona"

“Etty Hillesum, Diario 1941 -1943”


Etty Hillesum è una giovane ebrea olandese, ad Amsterdam vive gli anni più atroci della persecuzione nazista. Si consegna spontaneamente per farsi internare nel campo di transito di Westerborck; nel 1943 viene deportata ad Auschwitz, e qui muore. Nel 1941 Etty comincia a scrivere un diario. Insiste che la vita è bella, ricca di significato. Sembra uno slogan, ma per Etty è molto di più: è un vero imperativo morale.

L'ottimismo di Etty nasce dalla straordinaria capacità di ricordare il bene nel male, di cogliere un senso nella vita, quando essa sembra esserne del tutto priva. Ma Etty non puo cercare il senso della sua vita nell'orrore che la circonda, lo deve cercare in se stessa: raccogliendosi nella sua interiorità, dialogando con il suo io, ricreandosi sempre un proprio spazio di intimità.

Lo fa con una forza sconvolgente. I tedeschi vietano agli ebrei di passeggiare per I boschi:“ogni misero gruppetto di due o tre alberi è dichiarato bosco e allora sulle piante è inchiodato un cartello con la scritta: vietato agli ebrei”. Allora Etty ricava uno spazio di bosco per se, riempiendo la sua scrivania di crocus e di tulipani. Il senso della nostra vita va ricercato dunque in noi stessi, esso puo' e deve derivare solo da noi. “La sorgente di ogni cosa ha da essere la vita stessa, mai un'altra persona”. E insiste “Molti invece - soprattutto le donne - attingono le proprie forze da altri: è l'uomo la loro sorgente, non la vita. Mi sembra un atteggiamento quanto mai distorto e innaturale”. Ecco qui il barlume del “femminismo” di Etty, un' affermazione forte e straordinariamente attuale che pero' scaturisce non tanto dall'ardore femminista, quanto dal “buon senso” di Etty.

“Buon senso” che oggi ci pare (e nemmeno sempre, purtroppo) scontato, ma che proiettato un secolo fa, pronunciato da una donna ebrea nel bel mezzo della Shoa, si carica di significato. Il “buon senso” di Etty-e qui la sua straordinaria modernità- non coincide con quello delle donne del suo tempo, ma con il nostro.

 

                                                               di Francesca Emilia Pozzolo 

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